Vaclav Havel: la testimonianza della persona e della forza del vero nella storia

Vaclav Havel: la testimonianza della persona e della forza del vero nella storia

Giovanna Parravicini,
Fondazione Russia Cristiana

Ringrazio dell’occasione offertami, perché mi sembra che una rilettura degli scritti di Vaclav Havel consenta di comprendere più in profondità la situazione in cui ci troviamo oggi in Europa, e in particolare il fenomeno della crisi attuale e le possibili vie di suo superamento. Essa, infatti, si specifica sempre più chiaramente come una crisi fondamentalmente non economica o politica ma culturale ed antropologica, determinata dalla perdita di quegli elementi che definiscono l’uomo secondo la sua globalità e gli consentono di vivere una vita autenticamente umana, senza lasciarsi intimorire dai vicoli ciechi nei quali l’alternativa tra individualismo/atomizzazione e massificazione/globalizzazione sembra rendere impossibile la rinascita di un «io» capace di autentica relazione.

Direi che è invece proprio la natura più profonda e irriducibile dell’uomo, il «miracolo dell’io», per usare un’espressione ricorrente di Havel, il filo conduttore di un pensiero che è andato forgiandosi attraverso il movimento che negli anni ‘60-70 hapreso nell’Est Europa il nome di dissenso (inakomyslie); un flusso sotterraneo, successivamente accantonato, dimenticato nelle corse al capitalismo degli ultimi vent’anni e che, in maniera talvolta inconsapevole o solo parzialmente consapevole in molti suoi partecipanti, oggi sembra riemergere in varie forme alla superficie.

In epoca non sospetta – nel 1984, quando il crollo del comunismo era di là da venire, Vladimir Bukovskij scriveva ai responsabili di Solidarnošč: «A prescindere dall’età e dalla nazionalità noi tutti siamo nati a Budapest, siamo andati a scuola a Praga, ci siamo fatti le ossa nei lager sovietici e infine abbiamo raggiunto la maturità nei cantieri di Danzica. La nostra esperienza non si è mai interrotta, è un processo irreversibile attraverso cui sta sviluppandosi un organismo unitario».

Di che processo si tratta? E che cos’è questo organismo unitario?

Bukovskij (che certamente non può essere accusato di ingenuità: alla fine degli anni ‘50 aveva partecipato agli inizi del dissenso, aveva trascorso anni in lager e in ospedale psichiatrico, nel dicembre 1976 era stato espulso dall’URSS), lo descrive nella stessa lettera in termini per noi abbastanza sorprendenti, senza nascondersi la sconfitta esteriore del dissenso sovietico («È difficile dare un giudizio sull’utilità concreta che può avere avuto per voi la nostra esperienza a Mosca. Certo, è sempre importante sapere che nella cella accanto c’è un essere vivente, ma…»), affermando tuttavia nel contempo un’esperienza di libertà e dignità: «In sostanza, l’unica cosa che siamo riusciti a fare in un quarto di secolo di sforzi disperati è stato testimoniare che anche all’interno della realtà sovietica è possibile conseguire una vittoria e rimanere uomini. La prima vittoria è certamente su se stessi, perché sono profondamente convinto che abbiamo sempre la libertà di scelta, anche in prigione, e non vi sono giustificazioni se non ne facciamo uso. Non è questo l’inizio di tutto?»[1].

Con Charta ’77, in Cecoslovacchia, ci troviamo di fronte alla medesima consapevolezza, che aveva trovato una delle sue prime formulazioni nella lettera scritta da Havel a Dubček nell’agosto del 1969, alla fine della Primavera di Praga: «Un’azione puramente morale, che non ha speranza di avere un effetto politico immediato e visibile, può col tempo essere lentamente apprezzata in modo indirettamente politico»[2]. È questo principio, la riaffermazione dell’«io» umano e della sua responsabilità («azione morale»), il nucleo vitale del movimento, il cuore dell’organismo unitario a cui si riferisce Bukovskij; in questa linea si inscrivono la figura e l’opera di Vaclav Havel (1936-2011), dissidente e, dopo la «Rivoluzione di velluto», uomo politico e infine presidente della Repubblica Ceca.

1. Totalitarismo, ideologia e menzogna

Il saggio più noto di Havel, Il potere dei senza potere[3], fu scritto nell’ottobre 1978, pochi mesi prima che il suo autore fosse arrestato in relazione al movimento per i diritti umani in cui era impegnato. Un movimento che era sorto sulla scia della «Primavera di Praga» e della sua repressione, ma si era diffuso in vari ambiti e circoli intellettuali e religiosi soprattutto in reazione all’appiattimento della vita, in cui il regime, a fronte di un miglioramento economico, agiva «eliminando tutto ciò che è minimamente diverso, autonomo, originale, indipendente e non inquadrabile»[4]. Il «dissenso» in Cecoslovacchia non nasce come movimento politico, bensì come movimento sociale di protesta, in seguito all’arresto, nel marzo 1976, di 27 musicisti che il mese prima avevano organizzato un festival rock, e al successivo processo contro i Plastic People.

Analogamente, 15 anni prima, un pugno di ragazzi in una piazza di Mosca avevano dato inizio al dissenso recitando poesie intorno al monumento di Majakovskij; anche qui, non un interesse politico bensì esistenziale, morale: poesie in cui a tema era il «manifesto umano», il «volto umano».

«Ci siamo abituati a vedere
Passeggiando
Lungo le vie nelle ore libere
Volti imbrattati dalla vita,
proprio come i vostri.
E ad un tratto,
come rombo di tuono
e come la venuta nel mondo di Cristo
insorse, calpestata e crocifissa
la bellezza umana»[5].

Ebbene, in questo contesto, con Il potere dei senza potere Havel pone l’interrogativo se sia possibile alla persona cambiare qualcosa, imprimere una propria orma nella storia o almeno nella realtà circostante, pesantemente caratterizzata dal fattore ideologico.

L’ideologia – osserviamo subito – non  contraddistingue secondo Havel solo i regimi «totalitari» ma anche le cosiddette «democrazie» occidentali: i primi infatti non sono che «una lente d’ingrandimento di tutta la civiltà moderna», devastata da un «razionalismo» che pretende di «“liberare” la ragione umana dall’uomo, dalla sua personale esperienza, dalla sua personale coscienza e personale responsabilità, e perciò dall’orizzonte assoluto a cui unicamente si rapporta ogni responsabilità nel mondo naturale»[6].

Quali sono, infatti, le caratteristiche dell’ideologia?

1. L’ideologia è, in primo luogo, una miopia della ragione ridotta a misura delle cose, un’abdicazione al principio personale a favore di un sistema impersonale in cui – secondo la suggestiva immagine di Havel, «il fumo della ciminiera che imbratta il cielo comincia a interessare l’uomo solo se il suo fetore gli entra in casa»[7]; è l’acquiescenza a un «potere fondato sull’onnipresenza di una finzione ideologica, capace di legittimare qualsiasi cosa senza mai toccare la verità»[8].

2. Possiamo definirla inoltre una sorta di moltiplicatore del male e della violenza, che consente di commetterlo in maniera massiccia e indolore, senza assumersene la responsabilità. Solženicyn scrive: «La natura dell’uomo è, per fortuna, tale che egli sente il bisogno di cercare una giustificazione delle proprie azioni. Le giustificazioni di Macbeth erano fragili e il rimorso lo uccise. Macbeth è un criminale e uccide sette vittime. Per ucciderne molte di più, per ucciderne prima sei milioni e poi sessanta, è necessario un moltiplicatore. Questo moltiplicatore fu l’ideologia»[9].

3. Havel sottolinea poi l’aspetto forse più subdolo dell’ideologia, che riesce a soffocare la natura stessa dell’uomo. Si potrebbe definirlo la tentazione del Grande Inquisitore di sollevare gli uomini dal fardello della libertà, ma anche la nostra tentazione quotidiana di evitare il rischio di un impegno personale. Così l’ideologia si impone, rendendo l’uomo in qualche modo succube e connivente: «L’ideologia offre all’uomo una risposta pronta per qualunque domanda, non la si può accettare solo parzialmente e l’abbracciarla segna profondamente l’esistenza umana. Nell’epoca della crisi delle certezze metafisiche ed esistenziali… essa offre all’uomo errante una “casa” accessibile – basta assumerla e immediatamente tutto è di nuovo chiaro –, la vita riacquista  senso e dal suo orizzonte si dileguano il mistero, gli interrogativi, l’inquietudine e la solitudine. Per questa modesta “casa” l’uomo paga un alto prezzo: l’abdicazione alla propria ragione, alla propria coscienza, alla propria responsabilità; parte integrante dell’ideologia è infatti… il principio di identificazione del centro del potere con il centro della verità»[10].

4. Se la vita tende a esprimersi in modo variegato, libero, a costruire secondo una pluralità delle forme, il sistema esige e permette solo una grigia uniformità, il più rigido monolitismo. L’ideologia è chiamata a sanare questa frattura fra le intenzioni della vita e le intenzioni del sistema: ad essa è assegnato il compito di spacciare le intenzioni del sistema per quelle che servono la vita, che la rendono tale. L’ideologia costruisce un mondo dell’apparenza da cui i bisogni autentici della vita sono assenti: essa prende in considerazione l’uomo e i suoi bisogni solo per quanto ciò può contribuire alla realizzazione delle intenzioni del sistema.

2. La vita nella verità

Questo è ciò che fa l’ideologia. E dunque? Che cosa può rompere questo «mondo dell’apparenza» costruito dall’ideologia, di cui tutti, dal dirigente del partito all’operaio, sono in qualche modo conniventi, non semplici vittime ma anche complici, con un ruolo e un compito negli ingranaggi del potere?

Havel sceglie un personaggio emblematico, non un intellettuale ma «uno qualunque», un erbivendolo, che un bel giorno decide di non esporre più nella vetrina del negozio che gestisce, il cartello con lo slogan «Proletari di tutto il mondo unitevi!» uno dei tanti che compongono il panorama del mondo dell’apparenza. Egli, come tutti, ha esposto il cartello per anni: in questo modo, al di là del significato dello slogan, che gli era probabilmente del tutto estraneo, manifestava la sua fedeltà al mondo dell’apparenza, si adattava alle circostanze. Così facendo poneva la sua pietra per l’edificazione di quel mondo, egli stesso ne diventava cittadino a pieno titolo nell’unico modo possibile: mentendo.

Ma il giorno in cui decide di non esporre più il cartello con lo slogan, il nostro personaggio non compie un gesto da poco, come potrebbe sembrare esteriormente. E la riprova è che basta quel piccolo gesto a scatenargli contro una lunga serie di «punizioni». Il «panorama generale» che sembra quasi passare inavvertito, in realtà è un elemento determinante per la solidità del regime.

Che cosa significa questo piccolo gesto? Qual è il «crimine» dell’erbivendolo, dal punto di vista del sistema? La sua insubordinazione è un tentativo di vivere nella verità. Togliendo il suo mattone dall’edificio dell’apparenza, della menzogna, il nostro personaggio ne rende instabili le strutture. La «vita nella menzogna», infatti, si perpetua solo a condizione della sua universalità: ogni trasgressione, ogni tentativo di vivere nella verità «la negano come principio e la minacciano nella sua totalità». Come tale, afferma Havel, la vita nella verità «non ha solo una dimensione esistenziale (restituisce l’uomo a se stesso), noetica (rivela la realtà com’è), e morale (è un esempio); ma ha anche una evidente dimensione politica»[11].

La lotta tra menzogna e verità (Havel richiama esplicitamente il testo di Solženicyn Vivere senza menzogna, uscito nel 1974 in seguito all’arresto dell’autore[12]) si svolge a livello ontologico, perché trova il suo punto di genesi e il suo supporto nella struttura stessa dell’essere umano. Esiste infatti una «esistenza autentica», una «sfera segreta delle reali intenzioni della vita, della sua “segreta apertura” alla verità, che costituisce «l’invisibile, onnipresente alleato» del «peculiare, esplosivo e incalcolabile potere politico della “vita nella verità”»[13]. Perché, appunto, Solženicyn fu espulso dall’URSS? Havel risponde: «La sua espulsione fu il disperato tentativo del potere di tamponare quella terribile sorgente di verità, una verità di cui nessuno poteva prevedere quali cambiamenti potesse suscitare nella coscienza della società e quali scossoni politici questi cambiamenti un giorno avrebbero potuto produrre»[14].

Insomma, la vita nella verità ha dalla sua la vita, la natura umana, il «miracolo dell’io»: per questo, nel momento in cui viene alla luce e si manifesta (in un gesto come quello del nostro erbivendolo) lo fa con un’enorme forza dirompente. Il sistema viene sgretolato dalle sue fondamenta poiché la manipolazione delle intenzioni autentiche della vita gli viene ormai impedita: l’uomo si riappropria dell’espressione del suo desiderio.

È questa l’imponente esperienza del dissenso: «Fin dai primi passi ci avevano insegnato a guardare il mondo circostante attraverso gli occhiali rosa della mitologia ufficiale. A questo erano finalizzate tutte le istituzioni del sistema: la scuola, dall’asilo alle aule universitarie, il komsomol, la stampa, la radio, la letteratura del “realismo socialista”. Tutto era mirato a quest’unico obiettivo e l’apparato del partito, il KGB e la censura vegliavano attentamente affinché nessuna voce dissonante turbasse questi sforzi congiunti…

Si può dire che l’esperimento sia riuscito? Solo in parte. Perché proprio il destino della nostra generazione ha mostrato meglio di qualunque altra esperienza che la vita è indistruttibile, che è più astuta anche dei calcoli all’apparenza più perfetti e lungimiranti.

Allevata artificialmente in ambiente sterile, nel laboratorio dei piani quinquennali stalinisti, messa accuratamente al riparo da qualsiasi «influenza perniciosa», questa generazione non solo non divenne il sostegno incrollabile del sistema, ma fu la prima a infliggergli dei colpi consistenti e soprattutto cominciò a distruggere la sua «leggenda». Tutto ciò si sarebbe verificato su vasta scala molto più tardi, ma alcuni isolati germogli cominciarono a bucare l’asfalto già allora»[15].

Dunque, l’unica reale «opposizione» è questa «vita nella verità». È questo il potere dei senza potere.

Havel, in occasione della consegna a Rotterdam del premio Erasmo nel 1986, parlava di «follia buona»[16]. Nella sua prospettiva il folle è colui che, scosso da un avvenimento imprevisto, è disponibile a permettere che il proprio mondo venga sconvolto; l’interrogativo sul senso è inseparabile dall’esposizione personale, dal rischio assunto in prima persona, in ultima istanza dal sacrificio supremo, quello della propria vita. Altrove Havel scriverà, rifacendosi al filosofo Patočka: «Una vita che non è disposta a sacrificarsi al proprio senso non è degna di essere vissuta… L’assenza di eroi che sanno perché muoiono è il primo passo verso i cumuli di cadaveri degli uccisi, simili ormai a bestie condotte al macello». Lo slogan dei pacifisti occidentali «Meglio rossi che morti!» non lo infastidisce in quanto capitolazione davanti all’URSS: «Mi terrorizza come espressione della rinuncia da parte degli occidentali a ogni domanda di senso della vita e come accettazione del potere impersonale in quanto tale. Infatti ciò che in realtà lo slogan afferma è che non c’è nulla per cui valga la pena dare la propria vita»[17]. In altre parole, se non c’è nulla per cui valga la pena morire non c’è nulla per cui valga veramente pena vivere: il senso si manifesta solo a chi per trovarlo è disposto a mettere in discussione tutto.

3. «Politica antipolitica» e solidarità

«Quando parlo di “vita nella verità” – asserisce ancora Havel – non penso soltanto a riflessioni ideali… può esserlo tutto quello con cui l’uomo o un gruppo di uomini si ribellano alla propria manipolazione; dalla lettera degli intellettuali allo sciopero degli operai, dal concerto rock alla manifestazione studentesca, al rifiuto di partecipare alla farsa elettorale attraverso una presa di posizione franca… Se il sistema soffoca totalmente le intenzioni della vita e si fonda sulla manipolazione totale di tutte le manifestazioni della vita, allora ogni libera espressione di vita è, indirettamente, una minaccia politica: anche una manifestazione a cui nessuno verrebbe in mente di attribuire un significato politico o tantomeno esplosivo»[18].

Havel disse queste cose non all’indomani di una vittoria politica, dell’elezione presidenziale, ma alla vigilia di 5 anni di prigione. Questa sua posizione acquista oggi una grande attualità, perché ci aiuta a leggere le caratteristiche «positive» della crisi attuale, in Russia come in Italia, in quanto provocazione, sfida lanciata all’uomo perché riscopra se stesso e le sue autentiche risorse. Un’esperienza anche minima di vita vissuta nella verità apre sempre nuovi squarci di libertà, consapevolezza, dignità, lavora a favore dell’uomo perché è conforme alla natura dell’uomo e lo aiuta a prenderne coscienza.

Nei primi mesi del manifestarsi della crisi, in Italia il Rapporto Censis 2010[19] individuava la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita. «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano – ha commentato questo giudizio un volantino cattolico, riprendendo un intervento di don Giussani e ricordando le parole di Benedetto XVI: «Il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». In questa contingenza i credenti sono chiamati a «mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona − e quindi tutto il suo desiderio − fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche. Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta. Infatti, le forze che muovono il cuore dell’uomo sono le stesse che muovono la storia»[20].

A proposito della situazione attuale in Russia, osserva acutamente la poetessa Ol’ga Sedakova: «La novità è che la prima volta da quasi un secolo chi era abituato a considerarsi un reietto, una minoranza, ha dichiarato apertamente: siamo cittadini del nostro paese. Siamo persone normali, istruite e pacifiche, ed esigiamo rispetto. Noi siamo il volto del paese… Quindi, penso che il significato di questi festosi inverno e primavera di Mosca vada ben oltre la politica (risultati politici, per l’appunto, non ce ne sono stati). È un cambiamento etico, la comparsa di una nuova forza storica in Russia»[21]. L’apparire di una nuova rete di solidarietà, il desiderio di agire direttamente, in prima persona, di assumersi la responsabilità di fare buone azioni, di aiutare i malati, di spegnere gli incendi, di raccogliere soldi per i poveri… Mi sembra che queste azioni, sebbene non sempre consapevoli, lascino spazio d’azione al bene che agisce esso stesso aprondo nuovi squarci di coscienza, poiché esso si basa sulla natura stessa dell’uomo.

Impressiona che Havel, già nel 1978 avesse questa intuizione: «Oggi l’immagine di un modello politico alternativo, foss’anche il più bello, non è ciò che è in grado di toccare la “sfera segreta”, di infiammare uomini e collettività, di destare un moto politico reale. Nel nuovo sistema totalitario il campo reale della politica potenziale è la tensione continua e lacerante tra le pretese totalitarie del sistema e le intenzioni della vita, cioè il bisogno elementare che l’uomo ha di vivere in sintonia con se stesso»[22]. «La riforma politica non è la causa del risveglio della società, ma il suo esito ultimo»[23], prosegue Havel; è invece questo stesso processo di risveglio a rimettere progressivamente in piedi l’uomo, ad aprirgli e svelargli spazi sempre nuovi di quella verità che inizialmente ha cominciato a presentire e attuare nel famoso gesto dell’erbivendolo.

4. Una sfida per i cristiani

Qualcosa non torna nelle biografie di Vaclav Havel. «Agnostico», «non credente», «anticomunista». In realtà – per quanto si possa penetrare nell’anima di un uomo – la sua è una religiosità sofferta, che arriva alla soglia della fede.

Possiamo identificare l’anima della religiosità haveliana in una lettera dell’agosto 1980 dove, ribadendo di non essere «propriamente un cristiano e cattolico», Havel parla di Dio come dell’«orizzonte senza il quale niente avrebbe significato e io stesso non esisterei nemmeno». In una successiva lettera accusa la mancanza dell’«ultima goccia» che gli permetterebbe di riconoscere «un Dio personale»,  pur ammettendo «una vicinanza al sentire cristiano»[24].

In carcere rispetta persino alcuni gesti di devozione, come il digiuno quaresimale, e con la scusa di organizzare un Circolo degli scacchi permette a Duka di celebrare la messa durante il «torneo». Un giorno chiede al direttore del penitenziario il libro di un teologo tedesco: l’Introduzione al cristianesimo del professor Joseph Ratzinger.

Václav Malý, ora vescovo ausiliare di Praga, era stato tra i primi a sottoscrivere l’appello dei dissidenti di «Charta 77», divenendo poi portavoce del Forum Civico. Fino alla Rivoluzione non violenta del 1989 le riunioni del Forum guidato da Havel si aprivano con un Padre Nostro, anche se all’inizio quasi nessuno ne ricordava più le parole.

Questo avvicinamento senza preconcetti alle tematiche religiose stupisce anche la comunità del dissenso in cui si diffonde la voce della sua presunta conversione, e ciò contribuisce a rafforzare la coscienza stessa della comunità, per la quale il cristianesimo rappresenta un’alternativa all’ideologia comunista.

Anche nei suoi testi teatrali emergono tematiche legate alla responsabilità, alla coscienza, alla vita nella verità, alle domande ultime che caratterizzano l’anima dell’uomo. Si prenda ad esempio uno dei primi testi, Difficoltà di concentrazione (1968), dove fa dire a un personaggio: «Dunque la felicità per un verso costituisce qualcosa di molto instabile, fuggevole, mutevole, mentre per un altro verso appare come qualcosa di notevolmente stabile, giacché l’uomo desidera sempre essere felice, quindi è una specie d’ideale verso il quale l’attività umana s’indirizza costantemente, ma che in sostanza l’uomo non può mai raggiungere appieno. La felicità non è quindi qualcosa che ci venga dato una volta per tutte, bensì qualcosa che continuamente perdiamo e per la quale continuamente dobbiamo combattere… La chiave fondamentale per scoprire il mistero dell’uomo non la si trova nel cervello, ma nel cuore»[25].

Nelle lettere alla moglie, ricorre questo tema: una vita su questo mondo che sia relativamente sopportabile può essere garantita unicamente da un’umanità orientata «al di là» di questo mondo, un’umanità che – in ogni suo hic e con ogni suo nunc – si relazioni con l’infinito, l’assoluto e l’eternità. Un orientamento incondizionato al hic e al nunc, per quanto sopportabile possa essere, trasforma senza speranza il «qui» e «adesso» in abbandono e disperazione e infine lì tinge del colore del sangue»[26].

Interessante che alle stesse tematiche ritornano spesso i suoi discorsi ufficiali, dove sottolinea che non basta ripetere all’infinito l’importanza dei diritti umani per fondare un ordine mondiale più giusto se si dimentica dove questi diritti sono radicati: «La via per la convivenza pacifica e la collaborazione creativa deve partire da ciò che costituisce la premessa di tutte le culture e che è situato nel profondo dei cuori e delle menti umane più di ogni idea politica, di ogni antipatia o simpatia, deve cioè partire dalla trascendenza… Nella vostra Dichiarazione di indipendenza si dice che il Creatore ha dato all’uomo il diritto alla libertà. Sembra che l’uomo possa coltivare questa libertà solo se non dimentica Colui che gliel’ha donata»[27].

L’irrealtà dell’ideologia e il cammino dell’uomo per ritornare al regno della realtà, secondo la propria natura – così potremmo definire l’animus del pensiero di Havel, ma anche la spinta profonda degli eventi che hanno portato alla caduta interna dei regimi totalitari, come anche dell’attuale movimento di consapevolezza che sta faticosamente sviluppandosi nella società e nella Chiesa, nonostante le dolorose strumentalizzazioni esistenti.

Mi sembra che proprio questi incerti, talvolta contradditori movimenti, contrassegnati da una sete ancora poco consapevole di verità, libertà, dignità, che incontriamo oggi nella società, costituiscano una sfida a noi, alla nostra testimonianza, siano il «momento favorevole» per la testimonianza dei cristiani, della Chiesa. Proprio in questo mi sembra consiste l’autentica, indilazionabile missione della Chiesa oggi: mostrare il tesoro che gli uomini bramano e di cui essa è la custode. È il momento di un nuovo Areopago – se mi passate l’espressione, a cui va annunciato il nome del «Dio ignoto», il nome di Colui che è il bene.

Il bene è ritrovare la verità del mio io come parte dell’Essere – dice Havel. Interessante che da un laico, da un uomo che non ha varcato la soglia della Chies, ci venga la testimonianza dell’Assoluto come fondamento di tutti i livelli dell’umana esistenza. Il cardinal arcivescovo di Milano, Angelo Scola, sembra proseguire e approfondire queste riflessioni commentando l’episodio del giovane ricco (Mt 19,16-22). In questo episodio egli sottolinea la «modalità sorprendente con cui si muove Gesù», che «sposta la questione: “Uno solo è buono”, il bene è una persona…  la pura osservanza di regole non basta a colmare la promessa che il desiderio di compimento suscita». Esiste un «nesso tra il bene e la relazione», per cui le regole non bastano, occorre «volgersi alla sorgente del bene, all’Uno che soltanto è buono». Per questo, dato tutto ai poveri, «vieni e seguimi». «Il desiderio di compimento si realizza in questo riconoscimento che apre a una vita comune, condivisa. È questa la forma originaria dell’esperienza del bene e la verità antropologica della moralità»[28].

 


[1] V. Bukovskij, Lettera a Solidarnosc, 14 agosto 1984, «L’Altra Europa», n. 1/1985 (199), p. 7

[2] V. Havel, Interrogatorio a distanza (1986), Milano 1990, p. 125.

[3] V. Havel, Il potere dei senza potere, Milano 1991.

[4] V. Havel, Gli inizi di Charta 77, in «L’Altra Europa» n. 3/1987, p. 8 ss.

[5] Ju. Galanskov, Il manifesto umano

[6] V. Havel, La politica e la coscienza (1984), «L’Altra Europa», n. 3, 1985, p. 10.

[7] Ibid., p. 6.

[8] Ibid., p. 13.

[9] S. Solženicyn, Arcipelago Gulag.

[10] V. Havel, Il potere dei senza potere, cit., p. 10.

[11] Ibid., pp. 28-30.

[12] A. Solženicyn, Vivere senza menzogna.

[13] V. Havel, Il potere dei senza potere, cit., p. 31.

[14] Ibid., p. 33.

[15] Ju. Burtin.

[16] V. Havel, Elogio della follia, in «L’Altra Europa», n. 2, 1987, pp. 27-32.

[17] V. Havel, Politica e coscienza, cit., pp. 17-18.

[18] V. Havel, Il potere dei senza potere, cit., p. 33.

[19] Centro Studi Investimenti Sociali, istituto di ricerca socio-economica fondato nel 1964. L’annuale «Rapporto sulla situazione sociale del Paese» viene considerato il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana.

[20] Volantino di Comunione e Liberazione sulla crisi sociale, economica e politica, dicembre 2010.

[21] O. Sedakova, «La Nuova Europa», 3, 2012.

[22] V. Havel Il potere dei senza potere, cit., pp. 44-45.

[23] Ibid., p. 34.

[24] Cfr. V. Havel, Lettere a Olga, Treviso 2010, pp. 480.

[25] In: L’opera dello straccione e altri testi, Milano 1992, pp. 56-57.

[26] 4 settembre 1982.

[27] Filadelfia il 4 luglio 1994

[28] A. Scola, Buone ragioni per la vita in comune, Milano 2010, p. 25.