La testimonianza negli scritti di Sant’Ambrogio

Dott. Don Francesco Braschi

1. Il senso della testimonianza nel contesto personale ed ecclesiale di Ambrogio

Il tema della testimonianza ha un ruolo di primo piano nelle opere di Sant’Ambrogio di Milano (ca. 340-397), e questo non per un capriccio letterario o per una decisione presa a tavolino, ma piuttosto a motivo delle circostanze storiche in cui si collocano la sua vita e il suo episcopato.

Divenuto vescovo nel 374, durante l’ultima fase della controversia ariana e dopo che a Milano aveva regnato per quasi vent’anni un vescovo omeo imposto dall’imperatore Costanzo, Ambrogio, ancora catecumeno, fu battezzato in vista della consacrazione episcopale solo dopo il superamento da parte sua di non poche resistenze, che rispecchiavano un vero travaglio dell’animo vissuto dal giovane consularis Liguriae et Aemiliae, chiamato improvvisamente a un totale rivolgimento del suo progetto di vita.

Nonostante queste circostanze precipitose e inattese Ambrogio – appartenente a una famiglia da tempo cristiana, tanto da annoverare tra i propri antenati una martire, Sotére, uccisa nella persecuzione di Diocleziano – si mostrò subito tutt’altro che sprovveduto relativamente alla situazione ecclesiale. Come condizione per accettare la nomina, infatti, egli richiese di essere battezzato da un vescovo di fede nicena – quando non pochi dei suoi elettori l’avevano scelto facendo conto sulla sua neutralità e, forse, sprovvedutezza in campo dottrinale – e fece così del suo stesso battesimo un primo gesto di chiara testimonianza nei confronti di tutti, dichiarando la continuità della propria tradizione familiare con l’appartenenza alla fede professata dalla Chiesa di Roma e proclamata dal Concilio ecumenico di Nicea.

Fu quello il primo di molti gesti di testimonianza che costellano la vita di Ambrogio: egli, infatti, si trovò a vivere in una Chiesa – quella postcostantiniana – che proprio nella tragica esperienza della crisi causata dall’eresia ariana fu costretta a ripensare profondamente le ragioni e le condizioni della propria testimonianza. Dopo la morte di Costantino,la Chiesasi trovò a rivivere, sotto il figlio Costanzo, una situazione di persecuzione da parte del potere imperiale, che, se per molti aspetti ricalcava quanto era accaduto prima del 313, per altri si presentava paradossalmente come ancora più grave: il persecutore, infatti, era ora un imperatore cristiano e battezzato, da cui ci si sarebbe atteso che proteggesse i fedeli. Il fatto che proprio contro un imperatore cristiano vi fosse la necessità di testimoniare e professare – rischiando per questo l’esilio, la confisca dei beni e la stessa vita – la fedeltà a Cristo e alla Chiesa, significava la totale rovina dell’ideale di Eusebio di Cesarea, che nella “sinfonia” tra appartenenza civile e religiosa aveva salutato il compimento dell’ideale evangelico realizzato da Costantino, e insieme poneva la necessità di riformulare totalmente la comprensione della politica da parte dei credenti.

La revisione delle posizioni eusebiane ebbe inizio prima del tempo di Ambrogio, dietro l’impulso delle circostanze – non di rado drammatiche – in cui si trovarono vescovi come Ossio di Cordova, Ilario di Poitiers, Lucifero di Cagliari, autori dei primi testi nei quali si nota una posizione critica nei confronti dell’Imperatore e del suo potere. Tuttavia questi testi – pur nati da testimonianze personali di grande valore e prossime al martirio – risultavano ancora ampiamente occasionali, e contenevano posizioni e giudizi bisognosi di maturazione e di sistematizzazione.

Diventando vescovo, Ambrogio si inseriva in una situazione complessa e quasi paradossale, nella quale le nozioni stesse di testimonianza e di martirio avevano contorni meno netti e unanimemente condivisi di quanto fossero durante il periodo precostantiniano. Oltre a questo, il fatto di essere vescovo di Milano, una delle capitali dell’impero, gli avrebbe richiesto frequentissimi contatti con la corte e con gli imperatori, sia in riferimento agli affari della propria vasta diocesi, sia perché – come vescovo della residenza imperiale – a lui incombeva il dovere di rappresentare e patrocinarela Chiesa(e le diverse Chiese particolari) in tutte le cause discusse davanti al tribunale imperiale.

In un quadro così colmo di interrogativi e difficoltà, la figura di Ambrogio si inserì in un modo insieme singolare e provvidenziale. Infatti, come per le questioni di carattere ecclesiale la provenienza da una famiglia cristiana aveva fatto sì che Ambrogio – seppur solo catecumeno – non mancasse di criteri di giudizio e di comportamento e, anzi, dimostrasse subito nei fatti la sua chiara posizione nicena, anche per le questioni di tipo politico il nuovo vescovo poteva contare su tre caratteristiche personali che costituivano per lui punti estremamente “solidi” su cui appoggiarsi, così da fare di lui un profondo conoscitore della materia: la sua appartenenza a una famiglia nobile di rango senatorio, in primo luogo, lo rendeva interprete ed erede di una concezione del “bene pubblico” radicata nella tradizione romana repubblicana, diversa e non di rado in contrasto con l’autocrazia imperiale propugnata dalla corte; inoltre, l’esperienza giovanile di avvocato e gli studi di giurisprudenza gli garantivano una sicura conoscenza del vasto patrimonio di leggi vigenti nell’impero; infine, il giuramento di fedeltà che lo aveva legato all’imperatore all’inizio della carriera di funzionario statale attestava da parte sua un atteggiamento di profondo lealismo nei confronti dello stato, ben lontano dalle derive di altri gruppi allora presenti ai margini della compagine cristiana. Questo complesso singolare di circostanze e di competenze, senza alcun legame con la sfera religiosa, non andrà affatto perduto: al contrario, costituirà per Ambrogio un patrimonio il cui inestimabile valore sarà assunto e ulteriormente valorizzato dalla sua scelta di accogliere i doni della fede e del ministero episcopale. A questo proposito, mi sembra particolarmente interessante riportare il giudizio di un successore di S. Ambrogio, il cardinale Federico Borromeo, che il 7 dicembre 1609 così parlava della personalità del Patrono milanese, con una sintesi e una proprietà ancor oggi insuperate[1]:

…nella sua [di Ambrogio – NdA] anima grandemente risplendeva la stella della soprannaturale, e naturale sapienza… E questa sapienza allhora in lui spetialmente dimostrossi scintillante, quando cambiando stato, e la religiosa vita abbracciando, subitamente gran sacerdote, e vescovo divenne, essendo prima stato del popolo gran giudice, e duce e maestro…

Egli è rapito improvvisamente, anzi violentemente tirato all’ecclesiastico imperio; e di giudice diventa padre; e di principe divien pastore della greggia celeste: e queste mutationi fa con sì perfetto modo, che pare, che le vestimenta sole cambiate egli habbia, ed il nome…

Parlando poi di ciò, che egli fece avantichè alla chiesa se medesimo donasse, niuna cosa di esso si legge se non grande…: il qual vanto non darei io sicuramente ad Agostino… Questi, come si racconta, venne per certi gradi crescendo nelle virtù… Talhora mostrò di sentire co’ Manichei contra i cattolici: e talhora non fù ne Manicheo, ne cattolico… e per tal modo quella misera navicella del suo animo erra nelle onde; e quando da’ piaceri, e quando dalla ragione, in varie parti vien portata.

Ma di Ambrosio, che dir possiamo? Egli non fù mai non a se medesimo simigliante. Giusto, prudente, magnanimo, grave, e severo fù sempre ne’ civili magistrati; e le medesime virtù, quelle havendo poi rendute più perfette, nell’ecclesiastico stato traportò; in tanto, che infin nelle prime hore giusto, e prudente, e magnanimo si dimostrò; e per recar’in una le parole tutte, egli fù sempre Ambrosio…

 

Questo carattere unitario della personalità di Ambrogio lo portò vivere con estrema coerenza le scelte più impegnative, come appunto la chiamata all’episcopato. Sotto questa luce, gli studi più recenti e un’attenta lettura delle fonti mostrano che il differimento del Battesimo non fu il segno di una sua tiepidezza o indecisione nei confronti della fede, ma piuttosto una scelta conseguente alla vocazione da lui già intrapresa, per cui voleva servire Dio e la res publica nell’amministrazione imperiale. Una simile scelta professionale – che comportava la potestà di comminare la pena di morte, oltre a richiedere una serie di atti pubblici il cui carattere pagano non era del tutto venuto meno – era praticamente incompatibile con la condizione di battezzato, e soprattutto avrebbe rischiato di collocare Ambrogio sine die nella categoria dei pubblici peccatori.

I tentativi di Ambrogio di sfuggire all’ordinazione episcopale si possono pertanto leggere come il modo da lui scelto per avere un poco di tempo in cui capire se davvero il Signore lo chiamava ad una scelta di vita completamente diversa da quella avviata; e la piena adesione di Ambrogio alla vocazione episcopale, dopo che l’imperatore autorizzò il suo passaggio all’ordine clericale, si mostra come un esempio della coerenza più sopra evocata, nonché come una testimonianza di lealtà ed onestà nei confronti del giuramento precedentemente pronunciato.

Ambrogio, dunque, visse il proprio Battesimo come una prima testimonianza di ortodossia nella fede e di coerenza e onestà personale. Presentando ora la sua dottrina relativamente al nostro tema, notiamo subito che è impossibile separarla dalla sua vicenda personale e dagli eventi a lui contemporanei: ma questo corrisponde a una diretta e precisa conseguenza del Battesimo, che lo stesso Ambrogio ci insegna non essere semplicemente un evento puntuale e statico, volto alla purificazione dei peccati precedenti, ma piuttosto il punto di partenza per una uita noua nella quale resurgere (risorgere) e ambulare (camminare), e pertanto un avvenimento destinato a uno sviluppo e a un cammino:

(Explanatio Psalmi 37,3 passim)

Dunque, chi sceglie il battesimo, prevede le pene e perciò ricorre al sacra­mento del battesimo, per scaricarsi di dosso ogni peccato, per non cominciare a essere esposto alle pene. Forse è vero che pre­vede le pene l’uomo che ha ricevuto il battesimo di penitenza; ma vede la grazia chi è battezzato in Cristo… E infatti, il Figlio dell’uomo, che è disceso dal cielo, è anche proprio quello stesso che è salito al cielo, per portare tutto a compimento. Ma siccome come è l’uomo celeste, così sono anche i celesti (1Cor 15,48), sale al cielo anche chi, deponendo ciò che è puramente materiale e terreno, viene sepolto con Cristo per risorgere con Cristo dalla morte del peccato alla novità di vita (cf. Rom 6,4) e alla partecipazione alla comune eredità, così che diventa – come è scritto – erede di Dio, coerede di Cristo.

2. Il multiforme aspetto della testimonianza nell’insegnamento di Ambrogio.

Per mettere in luce i diversi significati che il tema della testimonianza assume nell’insegnamento e nella vita di Ambrogio, notiamo innanzitutto che, a livello metodologico, la nostra indagine si è imperniata su due diversi parametri:

— l’analisi del campo semantico legato al termine testimonium (con i diversi verbi connessi: testari, testificari-testificatio, testis ecc.), come impiegato da Ambrogio nelle sue opere;

— l’esame di alcuni episodi della vita di Ambrogio da cui si evince una testimonianza da lui offerta in prima persona.

l termine testimonium e quelli a lui collegati ricorrono più di cinquecento volte nelle opere di Ambrogio, e sono sovente accompagnati dall’utilizzo di un vero e proprio lessico specialistico, che rispecchia la conoscenza giuridica da lui acquisita in gioventù. Accanto al suo utilizzo giuridico si trova il frequentissimo impiego di testimonium secondo un’acce­zio­ne “tecnica” tipica del latino cristiano, in base al quale indica un versetto biblico – in particolare dell’Antico Testamento – che anticipa un riferimento a Cristo o comunque all’economia del Nuovo Testamento.

2.1. La testimonianza di Dio nella creazione

Sarebbe tuttavia errato ritenere che l’uso biblico di testimonium sia estraneo al nostro tema: per Ambrogio, infatti, il punto di partenza della testimonianza non è relativo all’uomo che testimonia, bensì a Dio che della testimonianza è l’autore, e che testimonia se stesso e la sua bontà in modo visibile e comprensibile – secondo la dottrina espressa in Rm 1,20 – attraversola Creazione:

(Exameron, I,I,5,17) Questo mondo è un esempio dell’azione divina, perché, mentre si vede l’opera, se ne scopre l’autore. Come delle nostre arti alcune, che consistono nel movimento del corpo e nel suono della voce, sono pratiche, si esauriscono cioè in un’attività esteriore – quando cessa il moto o il suono non rimane assolutamente nulla agli spettatori o agli ascoltatori –, altre speculative, che impegnano il vigore della mente, altre di tale natura che, anche quando l’artefice è inoperoso, ne mostrano l’abilità, sicché depone a favore dell’operatore la testimonianza della propria opera; similmente anche questo mondo è un segno della maestà divina, così che per suo mezzo si manifesta la sapienza di Dio.

Se quindi la creazione testimonia la sapienza di Dio e la sua presenza, la prima forma di testimonianza da parte dell’uomo consiste nel riconoscere la realtà non solo nel suo carattere di creazione, ma anche come luogo della relazione con un Dio presente. Tale relazione può sussistere solo quando vi è da parte dell’uomo la disponibilità a restare fedele alla realtà stessa (intesa sia come “dato”, sia come “vicenda” in divenire), concepita come qualcosa di “offerto” e avente un contenuto specifico e oggettivo che prende la forma della parola e del comandamento divini.

Il misconoscimento di questa oggettiva “configurazione relazionale” del reale (e del senso della presenza di Dio in essa) porta non solo alla perdita della relazione con Dio, ma anche alla falsificazione della realtà: lo mostra la vicenda dei progenitori, che proprio prestandosi a una falsa testimonianza circa i comandamenti di Dio (quando, rispondendo al serpente, la donna esagerò il comando divino, affermando che esso imponeva non solo di non mangiare, ma nemmeno di toccare i frutti dell’albero: cf. Gn 3,1-4) vennero meno alla verità della realtà:

(De Paradiso 12,56 passim) Per quanto la presente lettura insegna, impariamo che nulla dobbiamo aggiungere al comando, neppure per motivi di cautela. Giacché, se aggiungi o togli qualcosa, sembra esserci, in un certo senso, una prevaricazione del comando. Pura e semplice, infatti, deve essere mantenuta la forma della prescrizione divina così come deve essere esposta la successione degli avvenimenti in una testimonianza. Molto spesso accade che il testimone, aggiungendo qualcosa di suo alla successione dei fatti, con la falsità di una parte priva di ogni credibilità la testimonianza. Pertanto nulla si deve aggiungere, neppure ciò che sembra buono.

Anche l’omicidio commesso da Caino mostra una dinamica simile, poiché la non ammissione del crimine coincide con il rifiuto di una duplice testimonianza: quella di Dio – che è presente alla realtà e si manifesta in essa – e quella della terra stessa, che anche in questo modo dimostra di essere legata a una “oggettività del reale” inscritta in essa dal Creatore:

(De Cain et Abel II,9,29 passim) “Perché non sai dov’è tuo fratello? …Solo in te la natura ha smarrito le sue leggi. Ritieni dunque che il tuo delitto rimanga nascosto? …Ma se anche tu mi ricusi come testimone e mi sfuggi come giudice, la voce del sangue di tuo fratello è un testimone che grida fino a me… Il tuo delitto dunque ti accusa, non tuo fratello”… Non può dolersi di un testimone estraneo colui che confessa il crimine con il proprio delitto: le parole valgono meno che i fatti. C’è comunque, come testimone, anche la terra che accolse il suo sangue.

2.2.  Il “testimonium conscientiae”

La riflessione sulla vicenda di Caino permette ad Ambrogio di porre l’accento su un’ulteriore forma di testimonianza: il testimonium conscientiae, ovvero il fatto che ogni uomo è creato capace di riconoscere ciò che è giusto e buono. Egli ha dunque in sé un principio di coscienza che testimonia la ragionevolezza del riconoscimento dell’oggettività del Bene (e, di conseguenza, della presenza di Dio al mondo) e “áncora” in tale oggettività il giudizio relativo ai sentimenti.

(De Cain et Abel II,6,18 passim) … Dio non si placa con l’offerta di doni, ma con l’intima intenzione di chi fa l’offerta… Quando infatti la mente è consapevole di essere nel giusto, si rallegra e l’animo si riempie di gioia per una sorta di infusione spirituale, quando l’impegno e l’opera della persona sono approvati da Dio. Dunque la tristezza è testimone della consapevolezza di Caino, è il segno della ripulsa da parte di Dio.

2.3. Cristo, “finis testimoniorum

Se la prima ed esemplare forma della testimonianza è, per Ambrogio, quella dell’accoglienza della realtà nel riconoscimento della sua origine divina, sorge la domanda su quale sia il momento in cui trova origine una testimonianza “attiva” da parte dell’uomo. Uno splendido passo del Commento al Salmo 118 (V, 23-24 passim) ci mostra quale sia questo “punto sorgivo”:

Per prima cosa occorre cercare, poi comprendere, sviscerare ogni mistero della legge e osservarla nel cuore… Strada della legge è restare lungo le strade della legge; è la strada delle opere di giustizia, come dice il primo versetto. C’è dunque anche la strada delle testimonianze: Nella strada delle tue testimonianze mi rallegravo. C’è la strada dei comandamenti… Orbene, se percorreremo tutte quelle strade, arriveremo alla fine di tutte le strade, che è Colui che dice: Io sono la via. Cristo dunque è la fine delle strade: è Lui fine della Legge per la giustizia di ogni credente. Su questo mi baso per poter affermare che fine delle opere di giustizia di Dio è Cristo, che è giustizia; fine delle testimonianze di Dio è Cristo, del quale è stato detto: Siate miei testimoni, ed io pure testimone, dice il Signore…

Ci rendiamo allora conto quanto lunga sia la strada che dobbiamo percorrere prima di arrivare a Cristo; che dobbiamo camminare nella legge, perché fine della Legge è Cristo È bene allora camminare secondo la legge spiritua­le, per giungere alla fine della Legge, che è il Signore Gesù. È bene seguire le testimonianze, per poter arrivare a quella grande testimonianza, che è il Signore Gesù. È bene, ancora, camminare nelle prescrizioni del Signore, per arrivare a quella grande prescrizione [= l’amore per i nemici – NdA], a proposito della quale avete letto: E stato detto agli antichi: «Non uccidere», ma io a voi dico…

L’affermazione secondo cui Cristo è “fine delle testimonianze di Dio” viene collocata da Ambrogio nel contesto di un vero e proprio cammino di ascesi, che trova il suo culmine nella compartecipazione alla carità di Cristo. Ma appena prima di questo esito compare la prescrizione di seguire le testimonianze divine per arrivare al magnum testimonium dominum Iesum. Viene così insegnato che la testimonianza cristiana coincide – di fatto – con l’imitatio Christi o, meglio, con una progressiva assimilazione a Lui che permette al fedele di vivere una vita che non è più solo “in relazione” con Cristo, ma “totalmente relativa” a Lui, fino a farne il principio di reinterpretazione della realtà:

(Explanatio Psalmi 36,64-65 passim) In ogni uomo ci sono due uomini, uno interiore e l’altro esteriore… Tuttavia la venuta del Signore ha congiunto i due e li ha costituiti nell’unità di un solo uomo, cosicché non si combattano più a partire da spinte interiori divergenti, ma al contrario si congiungano l’un l’altro in comunione di volontà e di intenti… Ormai infatti lo stesso uomo esteriore del giusto si è trasfuso nello stile di vita dell’uomo interiore, si è conformato alla sua natura e ne esercita le facoltà, al punto che la carne è in grado di nutrire pensieri spirituali e interiori. Non è cosa incredibile, solo che tu presti ascolto a chi ti dice che il Signore Gesù ha trasfigurato il corpo della nostra bassezza, rendendolo conforme al corpo della sua gloria

Sempre nel nostro cuore e nella nostra bocca siano dunque pensieri di sapienza e la tua lingua parli con giustizia, e la legge del tuo Dio sia nel tuo cuore! Parliamo dunque il Signore Gesù! Sia egli il nostro discorso, perché egli è la sapienza, egli è la parola e la Parola di Dio. E’ lui il respiro, è lui stesso a parlare in chi fa risuonare i suoi discorsi e medita le sue parole. Parliamo di lui, raccontiamo sempre lui! Quando parliamo di sapienza, è lui stesso che parla, quando parliamo di virtù, è lui che parla, quando parliamo di giustizia, è lui che parla, quando parliamo di pace, è lui che parla, quando parliamo di verità, di vita e di riscatto e liberazione, è lui che parla. Apri la tua bocca alla Parola di Dio (Pr 24,26), è scritto. Tu apri la bocca, ed egli parla.

3. Le forme concrete della testimonianza di Cristo

All’enunciazione del fondamento della testimonianza cristiana, ovvero il suo coincidere con l’assimilazione a Cristo e il suo essere costitutivamente testimonianza di Cristo, sia in senso soggettivo (= Cristo stesso testimonia di Sé attraverso i credenti), che in senso oggettivo (= i Cristiani null’altro hanno da testimoniare se non l’umanità di Cristo), fanno seguito ora alcuni passi che ci mostrano le forme concrete che questa concezione della testimonianza, imprescindibilmente cristocentrica, ha assunto non solo negli scritti, ma nella vita concreta di Ambrogio.

1. La testimonianza del cristiano è innanzitutto una testimonianza della realtà dell’Incarnazione e della assoluta pienezza di umanità e divinità in Cristo come “cardo salutis(“cardine” della salvezza); la proclamazione di tale verità ha sempre uno scopo soteriologico.

Vediamo infatti come Ambrogio valorizza i “sentimenti” di Cristo come segno della sua piena umanità e fonte di insegnamento sul valore anche dei nostri sentimenti:

(Explanatio Psalmi 61,4-6 passim)

Il Si­gnore nostro Gesù, nel prendere su di sé la carne dell’uomo per purificarla nella sua persona, che cosa avrebbe dovuto fare subito, se non cancellare l’influsso malefico dell’antico peccato? …Questa argomentazione dimostra che sono molto fuori strada quelli che sostengono che Cristo ha preso su di sé la carne dell’uomo, ma non la sua capacità di percepire sentimenti e sensazioni. E vanno contro il piano dello stesso Signore Gesù, perché tolgono l’uomo dall’uomo, dal mo­mento che non può esservi l’uomo senza l’umano sentire… Come farei io oggi a riconoscere come uomo il Signore Gesù, di cui non posso vedere la carne? I suoi sentimenti, le sue sensazioni però li posso conoscere dai vangeli. Come farei, dico, a riconoscerlo come uomo, se non avesse provato la fame, la sete, il pianto? Se non avesse detto: La mia anima è triste fino alla morte? (Mt 26,38) Ma proprio in forza di questo umano sentire possiamo riconoscere come uomo uno che, in forza delle sue azioni divine, viene ritenuto superiore agli uomini. Così proprio lui ci teneva tanto ad essere creduto un uomo, pur essendo Dio… Il Figlio del Padre non è un altro rispetto al figlio di Maria, ma colui che pro­veniva dal Padre ha preso la carne dalla vergine, ha accolto la capacità di provare sentimenti e sensazioni dalla madre, per poter prendere egli stesso su di sé la nostra debolezza. Perciò ha detto il profeta: E per noi soffre. Come po­teva soffrire il mio dolore, se non portava in sé la mia capacità di sentire?

La testimonianza di Ambrogio, in obbedienza alla logica dell’Incarnazione e dell’imitatio Christi, diviene pertanto anche la testimonianza di una “sensibilità umana” riplasmata a partire da quella di Cristo. Ciò si mostra sia nei confronti degli altri uomini, come vedremo nei passi successivi, sia nei confronti di Cristo stesso, oggetto di una vera e propria “pietà integrale” da parte del vescovo milanese, che a lui si rivolgeva con tutta la ricchezza della propria intelligenza, volontà e affettività.

2. La stessa proclamazione e difesa della fede di Nicea – di fronte a posizioni eretiche che stravolgevano la comprensione della persona di Cristo – ha come ultimo criterio di giudizio quello soteriologico, ovvero la preoccupazione pastorale da parte di Ambrogio che alcuni si autoescludano dalla salvezza – coincidente con il lasciarsi riplasmare a immagine di Dio – a motivo della propria pervicacia nel non riconoscere la verità testimoniata e insegnata dalla Chiesa:

(De Fide II,108-114 passim) Di’ pure, di’, dunque: «Io, o Cristo, penso che tu sia diverso dal Padre». Anche lui risponderà: «Distingui, se lo puoi, distingui, ripeto, quello in cui credi che io sia diverso». Di’ ancora: “Io penso che tu sia creatura”. E Cristo risponderà: “Se è vera la testimonianza di due uomini, non avresti tu dovuto credere almeno a me e al Padre, che mi ha detto generato?… «Io nego che tu sia buono». Ed egli dirà: «Avvenga di te secondo quello che tu credi, cioè che io non sia buono con te». «Non credo che tu sia onnipotente». Ed egli risponderà: «Allora io non posso perdonare i tuoi peccati». «Io dico che tu sei sottomesso». A questo replicherà: «Perché allora domandi libertà e perdono a colui che credi sia sottomesso come un servo?». Vedo che non sei capace di andare avanti. Non ti incalzo, perché sono ben conscio anch’io dei miei peccati. Non ti voglio negare il perdono perché anch’io desidero l’indulgenza. Vorrei sapere che cosa ti auguri: fa’ valere davanti al giudice i tuoi desideri! Di’ soprattutto quello che tutti desiderano! Di’ ti ripeto: “Signore, fammi a immagine di Dio”. Ed Egli risponderà: “A quale immagine? A quella che tu hai negato?

3. La preoccupazione pastorale che traspare dal brano appena letto ci introduce a un altro aspetto essenziale della testimonianza vissuta da Ambrogio, ovvero la qualità umano-affettiva della sua cura per il prossimo. Questo tratto si radica nell’esperienza che il vescovo faceva della presenza e dell’amore misericordioso di Cristo innanzitutto per sé, generando un atteggiamento di grande magnanimità e accoglienza, capace anche di infrangere le consuetudini sociali.

(De paenitentia II,8,67.73 passim) Che debbo fare perché tu dica di me: Sono rimessi i suoi molti peccati, perché ha molto amato? Confesso che il mio debito è più grande e che a me è stato rimesso di più, perché sono stato chiamato all’episcopato dal frastuono delle liti del foro e dal temuto potere della pubblica amministrazione… Conserva, o Signore, la tua grazia, custodisci il dono che mi hai fatto nonostante le mie resistenze… Non permettere che si perda, ora che è vescovo, colui che quando era perduto hai chiamato all’episcopato, e concedimi anzitutto di essere capace di condividere con intima partecipazione il dolore dei peccatori… ogni volta che si tratta del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione e di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e piangere, così che mentre piango su un altro, io pianga su me stesso.

Questo tratto di affetto e com-passione fondato sul desiderio della salvezza e della conoscenza di Cristo da condividere con tutti gli uomini, viene a costituire una delle qualità salienti del cristiano e delle sue relazioni. Ambrogio, infatti, non ha alcuna vergogna a testimoniare che anche nei confronti dell’imperatore Teodosio vi fu da parte sua una vera affezione, tale da costituire – più delle ragioni istituzionali che pure non vennero mai rinnegate – il centro della loro relazione e da influire sulla stessa personalità dell’imperatore, come testimonia questo passo della sua orazione funebre:

(De obitu Theodosii, 33-35 passim) Anch’io ho amato quest’uomo misericordioso, umile pur nell’esercizio del potere imperiale, dotato di un cuore puro e di un animo mite, quale il Signore suole amare… Ho amato quest’uomo che preferiva chi lo rimproverava a chi lo adulava. Depose ogni insegna regale, che solitamente indossava, pianse pubblicamente nella chiesa il suo peccato, che quasi a sua insaputa aveva commesso, perché ingannato da altri, con lamenti e lacrime invocò il perdono. Lui, l’imperatore, non si vergognò di quello di cui si vergognano i privati cittadini, di fare cioè una pubblica penitenza, e non passò giorno in seguito in cui non piangesse il proprio errore… Ho amato quest’uomo che nei supremi momenti con l’ultimo anelito chiedeva di me. Ho amato quest’uomo che, quando ormai stava per sciogliersi dal corpo, si angustiava più per la condizione delle chiese che per la sua malattia. L’ho amato dunque, lo confesso, e perciò ho sofferto il mio dolore nel profondo del cuore…

4. Per quanto riguarda la testimonianza “pubblica”, ovvero la disponibilità a rischiare in prima persona pur di non rinnegare il nomen christianum, Ambrogio è nello stesso tempo realista ed esigente: riconosce i pericoli di uno scadimento della fede a motivo dell’aumento del numero dei fedeli, ma afferma con chiarezza che essere cristiano comporta una condizione di lotta che è bene non venga meno, per evitare un eccessivo rilassamento dell’anima:

(Commento al Salmo 118 XX, 48-49 passim) Quanti hanno professato la loro fede all’esterno e l’hanno rinnegata all’interno! Infatti corre voce che parecchi, per poter sposare una donna che a loro – pagani – era rifiutata da genitori cristiani, hanno finto temporaneamente di credere ed hanno rinnegato dentro di sé quello che professavano all’esterno… C’è chi viene in chiesa perché aspira a una carica, visto che gli imperatori sono cristiani: con un atteggiamento di falso timore di Dio finge di elevare una preghiera, si inginocchia e si prostra fino a toccare terra, mentre non piega il ginocchio del suo spirito. La gente lo vede, lo giudica un cristiano. La gente lo vede pregare umilmente e gli presta fede, ma Dio sente che questo lo rinnega. Esce di chiesa elogiato dall’uomo, ma condannato dal giudice. Quanto meglio sarebbe se quello fosse stato un ateo per la gente e un credente agli occhi di Dio!

(Commento al Salmo 118 XI, 21 passim) …Nessun’epoca può essere priva di persecutori per chi aspira a vivere devotamente. E forse, quando non subiamo persecuzioni, magari vuol dire che siamo reputati già condannati, poiché non abbiamo la minima intenzione di vivere devotamente in Cristo… Se mancano le lotte, ho paura che si tratti di mancanza di persone che hanno appunto cessato di lottare… Una fede che non si allena fa presto a infiacchirsi e, se resta inattiva, ecco che mille sono le difficoltà che la mettono alla prova. Un assalitore astuto irrompe nel campo quando le sentinelle sono rilassate, mentre un pericolo esterno fa restare all’erta l’uomo aduso alla guerra e lo esalta fino ad una vittoria gloriosa. Dunque, la condizione di pace è per il fedele occasione di degenerazione.

5. Il culto dei martiri, ovvero dei “testimoni per eccellenza”, fu per Ambrogio uno dei capisaldi dell’azione pastorale, poiché gli permetteva di mostrare a tutti i fedeli quale fosse il fine della vita cristiana e quali i veri mezzi per raggiungerlo.

(Lettera 77 alla sorella Marcellina, 10.12 passim) Ti ringrazio, Signore Gesù, perché hai suscitato per noi gli spiriti così potenti di questi santi martiri, in un momento in cui la tua Chiesa sente il bisogno di più efficace protezione. Sappiano tutti quali difensori io cerco, capaci di proteggermi ma incapaci di offendere. Tali difensori io desidero, tali soldati ho con me; non soldati del mondo, ma soldati di Cristo. Per tali difensori non temo alcun risentimento, perché la loro protezione è quanto più potente tanto più sicura. Voglio che essi difendano anche quelli che me li invidiano. Vengano, dunque, e vedano le mie guardie del corpo: da tali armi non rifiuto di essere circondato. Sebbene questo sia un dono di Dio, tuttavia non posso negare la grazia che il Signore Gesù ha concesso ai tempi del mio episcopato; poiché non merito di essere martire io stesso, vi ho procurato almeno questi martiri.

Una testimonianza direttamente ispirata a quella dei martiri fu offerta da Ambrogio in occasione del conflitto con la corte imperiale a proposito della concessione di una basilica per il culto degli ariani in occasione della Pasqua (386), durante il quale egli rischiò di essere accusato di lesa maestà, delitto punito con la pena di morte o l’esilio e la confisca dei beni. In quell’occasione – nella quale avvenne pure il ritrovamento dei martiri Gervaso e Protaso, cui si riferisce il brano riportato sopra – Ambrogio così si rivolse ai suoi fedeli:

(Epistula 75a Contra Auxentium de basilicis tradendis, passim)

Vedo che voi, ad un tratto, siete insolitamente turbati e non mi perdete di vista; mi meraviglio che questo accada, a meno che per caso alcuni di voi mi abbiano veduto intrattenermi con i tribuni e altri abbiano udito che per ordine imperiale mi è stato comunicato di andarmene di qui, dovunque volessi, e che chi lo desiderasse avesse la facoltà di seguirmi. Avete avuto paura che io abbandonassi la Chiesa e vi lasciassi soli per timore della mia vita? Ma avete potuto ascoltare quale è stata anche la mia risposta: non potevo nemmeno lontanamente pensare di abbandonare la Chiesa, perché temevo di più il Signore dell’universo che l’imperatore di questa terra… Sapete anche voi che agli imperatori sono solito portare rispetto, non cedere, offrirmi volentieri ai supplizi senza temere ciò che si prepara.

Quale arroganza ci fu nella mia risposta? Nel colloquio io dissi: «Non sia mai che io consegni l’eredità dei padri: cioè l’eredità di Dionisio, che morì in esilio per causa della fede, l’eredità di Eustorgio, l’eredità di Mirocle e di tutti i santi vescovi precedenti». La mia risposta è stata quella di un vescovo; l’imperatore faccia pure ciò che è in potere di un imperatore. Mi potrebbe togliere prima la vita che la fede…

Se chiede il tributo, non lo rifiutiamo. I fondi della Chiesa servono per pagare il tributo; se l’imperatore li desidera, ha il potere di rivendicarli: nessuno di noi si oppone. Le collette del popolo possono essere più che abbondanti per i bisogni dei poveri; non provochino ostilità per i campi, li prendano, se così pare all’imperatore: non li regalo, ma non li rifiuto… Il tributo è di Cesare e non gli viene rifiutato; la chiesa è di Dio, e certamente non deve essere assegnata a Cesare, perché il tempio di Dio non può rientrare nei diritti di Cesare.

Nessuno può affermare che ciò non sia detto con onore per il sovrano. Che c’è di più onorifico che affermare che l’imperatore è figlio della Chiesa? Quando si dice questo, si dice innocentemente, si dice con benevolenza. L’imperatore, infatti, è dentro la Chiesa, non sopra la Chiesa: un buon imperatore chiede l’aiuto della Chiesa, non lo respinge. Tutto questo, come lo diciamo con umiltà, così lo esponiamo con fermezza.

Conclusione

Anche se solo rapsodico e limitato, questo approfondimento sul tema della testimonianza in S. Ambrogio ci ha permesso di individuare alcuni tratti salienti della sua dottrina e della sua vita. Resta salda e centrale l’affermazione che Cristo è insieme l’unico vero autore e l’unico vero contenuto della testimonianza cristiana, la quale a sua volta si radica nell’esperienza di fede di ogni singolo fedele. Per questo motivo la testimonianza è multiforme e semper iteranda, in quanto inserita in un cammino di purificazione che costituisce uno degli aspetti essenziali della vita cristiana.

Concludiamo la nostra relazione con un brano tratto da una delle preghiere disseminate da Ambrogio all’interno delle sue omelie sui Salmi, dove la tensione esistente tra la presenza di Cristo da testimoniare e la povertà della fede dei cristiani chiamati a testimoniarla viene sciolta dalla consapevolezza che anche il nostro limite può diventare luogo testimoniale, quando permette di cogliere l’agire di Cristo che traspare e si rende visibile anche tra le pieghe della nostra incoerenza.

Siamo deboli nel compiere la tua volontà,
ma devoti nel crederti.
E allora, Signore, stendi la tua misericordia
su quanti credono in te,
affinché anche le nostre azioni
corrispondano alla fede e alla devozione,
e la debolezza di questo corpo
non soffochi il desiderio del nostro spirito.
Fa’ che anche nelle tentazioni e nella debolezza
possiamo sperimentare la tua gloria,
come l’apostolo Paolo, che diceva:
ben volentieri mi glorierò ancora di più
nella mia debolezza,
perché si riveli in me la potenza di Cristo!  

(Explanatio Psalmi 35,23)


[1] Federico Borromeo, I sacri ragionamenti di Federico Borromeo cardinale, ed arcivescovo di Milano, Fatti nelle solennità del Signore, della Vergine, de’ Santi, e nel tempo della pestilenza; E variamente, secondo che nel titolo di ciascun Volume si vede, disposti. Volume Sesto, Settimo, Ottavo, Nono, e decimo, in Milano per Dionisio Gariboldi 1646, pp. 62-63 passim.